
La voce dei protagonisti, di coloro che vivono sulla propria pelle la malattia e che vogliono un libero spazio per testimoniare i loro pensieri, le loro denunce e le loro proposte, in piena libertà.
Per l'invio dei contributi entrare in contatto con Simonetta Tortora all'indirizzo mail simonettatortora@wlavita.org.
| Laura Flamini |
>> |
14 gennaio 2010 |
|
 |
 |
 |
2 commenti
Per me scrivere è una forma di terapia, è come se, insieme ai segni, lasciassi sul foglio un po' della mia angoscia e dopo mi sento più leggera.
Così è nato il mio diario di viaggio.
Settembre 2008
Lussemburgo
Prima ancora che la sveglia suoni sono in piedi.
Oggi è il primo giorno di un nuovo anno scolastico, 27 diavoletti di sette anni fra poco si precipiteranno nel cortile della scuola a cercarsi, a raccontarsi, a ritrovarsi dopo le vacanze estive.
Mi verranno incontro ad abbracciarmi, a litigarsi lo spazio per starmi vicino, per tenermi per mano mentre entriamo in classe. Abbiamo già passato un anno insieme, la prima elementare, un anno faticoso (27 non sono uno scherzo !), stressante e meraviglioso.
Un anno di abbracci, di allegria e curiosità, di dentini lasciati levare con la fiducia più totale e da confezionare in un pacchettino colorato per portarli a mamma e papà, di disegni «per la maestra» pieni di fiori e cuoricini rossi...
Arrivo a scuola molto presto, prima di tutti, anche del custode, è per questo che ho la chiave della scuola. Mi piace che i bambini trovino l’aula in ordine e accogliente, che il mio lavoro sia ben programmato, le schede pronte, i quaderni corretti, poi ci sono le piante da annaffiare, i disegni da attaccare al muro. Potrei restare a scuola tutto il giorno e forse resterebbe ancora qualcosa da fare.
I miei figli, Stefania e Riccardo, mi rimprovano spesso per tutto il tempo che passo a scuola, e la classica frase “Vuoi la medaglia?” viene fuori spesso. No, non voglio nessuna medaglia, semplicemente amo il mio lavoro, il più bello e il più difficile che conosca, e so anche con certezza che nonostante tutto il mio impegno non riuscirò mai a svolgerlo veramente bene.
Con questo sono 32 volte che inizio l’anno scolastico, e ogni volta é l’inizio di un’altra avventura.
Con altri 5 anni di distacco per attività sindacale nella CGIL-scuola di Grosseto e la sopravalutazione per l’insegnamento all’estero ho già superato il massimo per andare in pensione, ma ci penserò fra due anni, quando forse mi ci manderanno d’ufficio.
Per ora sono felice di riprendere il ritmo della scuola, orari, riunioni, sorveglianze, tanti colleghi, tanti genitori ed i miei bambini.
Certo non avrei mai immaginato che pochi giorni dopo sarei uscita da scuola sul lettino di un’autoambulanza, proprio durante le ricreazione del mattino, così che tutti gli alunni erano nel cortile, ammutoliti da questo insolito avvenimento.
E non avrei mai immaginato che sarebbe stata l’ultima volta che li avrei visti, i miei 27 adorabili diavoletti, e i miei colleghi, con cui ho condiviso i tanti giorni che hanno reso interessanti i sette anni che sono trascorsi dal mio arrivo a Lussemburgo.
Ancora non lo sapevo, ma una nuova compagna era entrata violentemente nella mia vita...
OSPEDALE
Fine ottobre 2008
Lussemburgo
Sto aspettando Stefania, mi ha appena chiamato per sapere il reparto, la stanza e le altre indicazioni che possano aiutarla a trovarmi subito in questo grande ospedale.
Sono qua da qualche settimana, senza che riesca ad avere risposte chiare, nonostante che a questo punto abbia fatto tanti esami. Per il gastrologo non c’è niente, la provata presenza di un batterio non giustifica né il dolore all’altezza dello stomaco né la difficoltà a respirare.
Intanto io sto male, non dormo, mangio pochissimo, perdo peso un giorno dopo l’altro ed inevitabilmente le infermiere non sono proprio convinte che sia vero, visto che gli esami non danno spiegazioni.
«Non sarà mica un pò nervosa? Cerchi di stare calma!»
Queste parole sono poi diventate «Lei è troppo nervosa!» e il tono da gentile è diventato freddo.
È più facile mettere tutto sul conto di una depressione, anche il tremore alle mani che mi impedisce di scrivere non è il tipico segno di ansietà?
Il mio Ricca, così chiamo da sempre mio figlio, nel suo personalissimo atteggiamento sempre «contro» mi ha detto: « In ospedale bisognerebbe andarci sempre con l’avvocato, fallo dire a me, io ho fatto il servizio civile alla Misericordia di Campi Bisenzio e so come vanno queste cose!»
Ma io sono la persona brava, civile e fiduciosa, così non potevo che rispondere: «Sei il solito esagerato!»
Caro Ricca, come avevi ragione!
Eccola che arriva, la mia Stefania, 44 anni portati a meraviglia, passo svelto e deciso, i begli occhi azzurri a cercarmi.
Mi sento un po' in colpa ad averla fatta venire dall’Italia, ad averla allontanata dal suo Simone dopo appena due mesi che vivono insieme, ma lei è stata decisa: «Ora basta, vengo su e ti porto via!»
Adesso che è qui capisco come mi sono sentita sola fra queste stanze di ospedale, nonostante la presenza affettuosa di alcune amiche, e non riesco a trattenere le lacrime, insieme di gioia e di paura.
Vedo nella sua espressione l’effetto che queste ultime settimane hanno avuto sul mio aspetto e non provo nemmeno a nasconderlo, non mi crederebbe, mi conosce troppo bene.
Ci raccontiamo, come abbiamo sempre fatto, amiche, sorelle, a turno madre e figlia, senza segreti o imbarazzi. Mi parla della vendemmia che è andata bene, di come sia bello vivere in campagna, di Simone che voleva venire ma, non sapendo come lasciare Hugo, ci aspetta a casa.
Sembra ancora una cosa abbastanza accettabile, qualche giorno per avere risposte chiare e: «Fra una decina di giorni saremo in Italia, poi a farti rimettere in piedi ci penso io» e sembra che tutto possa tornare come prima.
Certo, il rientro in Italia c'è stato, dopo un incubo durato un mese e mezzo e con una sigla segnata a fuoco nei nostri cuori dal significato insopportabile: SLA.
L'ultima domenica di novembre, alle sei del mattino, un'autombulanza della Croce Rossa di Venturina viene a prenderci, me e Stefania, in una Lussemburgo completamente bianca di neve e silenziosa sotto i lampioni accesi a illuminare i grossi fiocchi che ancora sono nell’aria.
Guardo per l'ultima volta le finestre buie del mio appartamento dai finestrini posteriori mentre l'autombulanza si allontana.
Ho solo una valigia con me, domani Ricca passerà a prendere le mie piante e ciò che ancora resta nel frigo, tutto il resto, i miei mobili, i miei libri, la mia collezione di teiere , tutta una parte della mia vita rimane al suo solito posto come se dovessi rientrare domani.
Lo sappiamo che non sarà cosí.
Subito dopo il semaforo lampeggiante imbocchiamo l'autostrada... ecco l'uscita per Sanwailler dove abita Riccardo, lui non può seguirmi, non c’è posto nell’ambulanza.
So che nemmeno lui ha dormito questa notte. Ciao Ricca, appena arrivo ti chiamo, stai tranquillo...
Esistono parole per esprimere un dolore cosí atroce?
Io non le trovo.
UNA GIORNATA CHE VORREI DIMENTICARE
Novembre 2008
Nancy-Francia
Sono semisdraiata su un lettino, lo schienale rialzato per permettermi di respirare meglio, anche se poi comunque non serve a molto, continuo a fare una fatica enorme.
Sulla porta della stanza c'è scritto «elettromiogramma», è l'esame che dovrebbe scrivere la diagnosi, quella diagnosi che al Centre Hospitalier di Lussemburgo non arrivavano a definire.
«Riteniamo opportuno che adesso si rivolga ad un centro specializzato, purtroppo qui alcuni accertamenti non possiamo farli. Le consiglirei Bruxelles, posso preparare personalmente il suo arrivo...»
Il neurologo che mi parla è molto gentile, il suo aspetto e l'accento del suo francese rivelano a colpo d'occhio le sue origini nordiche, probabilmente danesi.
Bruxelles? Uno sguardo passa veloce fra me e Stefania, uno sguardo che esprime la sofferenza di tutti questi giorni, di quanto ci siamo sentite sole in questo enorme ospedale straniero, nonostante la presenza affettuosa di colleghi, amici, genitori dei miei alunni, nonostante tutte le telefonare dall'Italia.
Ci siamo sentite fuori casa, troppo deboli per affrontare questa cosa che ha sconvolto il nostro equilibrio. Non c'è ancora il nome della malattia, ma lei è qui, ben visibile nei miei movimenti, nella mia insufficienza respiratoria, nei miei passi incerti.
So per certo che mia figlia, quando rientra a casa la sera, passa ore su internert per capire, per riuscire a trovare la speranza di una diagnosi accettabile, lo dicono le occhiaie profonde e il viso pallido.
Bruxelles? Ancora più lontani da casa? Riccardo lavora, ha già preso i permessi consentiti, non potrebbe accompagnarci, non ci conosciamo nessuno...
E se ci muoio - penso io - come fa Stefania tutta sola?
Non sarà Bruxelles, ma Nancy, ospedale universitario, reparto di neurologia tra i migliori in Francia, ad un'ora e mezzo di distanza da Lussemburgo. Nancy, una bella città della Meurte-Moselle che ho visitato molte volte e che ho fatto conoscere con piacere agli amici italiani che nel tempo sono venuti a trovarmi. Sembra così lontano quel tempo.
Ed ora eccomi qui, sono circa le sei, ultimo paziente della giornata, con tre dottoresse che parlano tra loro come se io non ci fossi, guardo intorno le immagini stampate sui poster alle pareti.
Mi fanno tanta paura perchè parlano di centri nervosi, di neuroni, di impulsi e movimenti, quei movimenti che sto perdendo giorno dopo giorno.
So che fra poco cominceranno con quegli aghi elettrici infilati nelle braccia, nelle gambe, nella lingua, nel collo, poi con le scosse elettriche alla testa, e stranamente non ne temo il dolore, mi sembra di essere anestetizzata...
Non è stata una buona giornata e tutto mi dice che non è ancora finita...
Una giornata cominciata molto presto con gli accertamenti di routine, la misura della pressione arteriosa, un buchetto per prelevare il sangue... e poi trovare il coraggio di alzarmi, abbandonare la macchina che mi permette di respirare la notte, e ritrovare la difficoltà a respirare e fare quei gesti semplici come lavarsi il viso, mettersi un pigiama da giorno pulito, fare colazione.
Finalmente, esausta come se avessi scalato una montagna, nell'illusione di poter allontanare i brutti pensieri, prendo un libro e mi metto in poltrona a leggere.
Nel letto accanto, in questa cameretta a due posti, la signora arrivata ieri sera, dopo aver passato una notte un po' agitata, ha appena consumato la sua breve colazione con l'aiuto di una infermiera e sembra che stia riposando.
Sullo sfondo i rumori tipici di un reparto di ospedale, passi veloci e felpati, un televisore accesso, un campanello che suona... poi dei movimenti percepiti alla mia destra accompagnati da un respiro affannoso... mi giro... la sua bocca protesa in avanti a cercare aria, gli occhi bianchi a guardarsi dentro, il sussulto delle spalle... Senza neppure rendermene conto afferro il pulsante di allarme e comincio a gridare.
Tutto avviene in fretta, infermieri che accorrono, chiamano altre persone, la stanza è invasa da apparecchi... e finalmente qualcuno mi solleva dalla poltrona e mi accompagna fuori della stanza, in una saletta appartata e mi chiede gentilmente se ho bisogno di qualcosa, raccomandandomi di stare tranquilla, i medici si stanno già occupando di tutto.
Resto sola e il pianto è convulso, non riesco a smettere.
La morte è passata a pochi passi da me, mi sento come se mi avesse sfiorato, non l'ho vista ma era negli occhi bianchi e nella bocca spalancata della mia sfortunata compagna di una notte.
Ho raccolto i suoi ultimi respiri e non conosco nulla di lei, nemmeno il suo nome.
Non ho avuto il tempo di chiederglielo.
Ecco, si comincia, chiudo gli occhi ed eseguo diligentemente quanto mi viene richiesto cercando di estraniarmi il più possibile, tanto poi finirà.
Intanto le mie «torturatrici» commentano fra loro i grafici che disegnano sui monitor i livelli di risposte dei miei muscoli a questi impulsi elettrici.
Parlano con voce normale, come se raccontassero cosa faranno una volta uscite da questo ospedale e come se io non capissi la loro lingua e tutto questo mi fa sentire enormemente triste.
«Attenda qui, torno subito.»
È una dottoressa che mi parla, le altre mi salutano ed escono insieme.
Anche loro non sanno il mio nome, se anche hanno dovuto scriverlo varie volte in cima a tutti i test fatti, l'hanno già dimenticato. Mi hanno appena guardata in viso, perchè dovrebbero ricordarsi di me, sono solo una paziente...
Cosa sanno di me, dei miei pensieri, della morte che mi è passata accanto, della mia voglia di vivere e della paura che mi paralizza, della persona che sono.
Non sono solo una "paziente!"
Faccio appena in tempo a rivestirmi che la dottoressa rientra, si siede alla sua scrivania davanti a me, guarda alcuni fogli che ha in mano, e con espressione normale mi dice:
«Come avrà capito la sua malattia è la sla, sclerosi laterale amiotrofica - il mio cuore fa un balzo. No! Aspetta - È una malattia degenerativa, purtroppo non ci sono cure... - no, no, non così... fammi respirare - Progredisce fino alla paralisi completa, purtroppo dovrà prevedere tutta una organizzazione anche logistica - aspetta, non dire altro, non può essere così... - Le daremo una cura che potrebbe ritardare l'evoluzione, noi ci rivedremo fra tre mesi... - non è possibile, no no no NO NO NO
E finalmente non parla più, guarda la mia mano tesa a fermare le parole ed io non mi riconosco nel grido strozzato che esce dalla mia gola.
Due piani sopra, sulla porta della camera mi aspetta Stefania.
Ci siamo guardate, io il suo bel viso stanco e angosciato, lei il mio viso sconvolto e non c'è stato bisogno di parole.
È il 27 novembre 2008, ho 63 anni, e sono entrata a far parte del numero dei malati di sla.
LAVICO
Lavico, perché questo titolo?
Lavico è una parola che è entrata nel mio linguaggio da poco tempo e anche per caso o almeno per scelte non mie. È il nome di un vino
che insieme ad altri due vini, Cenere e Lapillo, compone il progetto “I vini del vulcano” che Simone e Stefania hanno creato per promuovere la loro piccola azienda vinicola «Amiata».
Così si chiama la montagna che domina il paesaggio di vigne e oliveti che circonda la bella casa dove sono venuta ad abitare con Stefi mia figlia, Simone, suo compagno e Hugo, tenero labrador chiaro vecchio di 12 anni.
Migliaia di anni fa la montagna era un vulcano e i suoi terreni fertili lungo i fianchi e ai suoi piedi raccontano storie di antichi insediamenti e di duro lavoro.
Ma questa terra non ha mai fatto soffrire la fame alla sua gente, neppure nei momenti peggiori.
Io lo so bene perché sono nata qui, in uno di questi antichi paesi e mio padre era uno di quelle centinaia di contadini che partivano prima dell’alba con l’asino per raggiungere il Giardino, così si chiamava il terreno che per anni ha dato il pane alla famiglia.
Ricordo ancora il rumore degli zoccoli dei ciuchi sulle pietre delle strette strade del paese
Lavico. E' una parola che mi ha impressionato: ho sentito la lava incandescente vinta da quel suffisso, immagine di una natura
maestosa e terribile fermata nel tempo.
In chiave psicoanalitica forse ho associato questa parola a quella terribile lava che da quasi un anno brucia i miei muscoli e la mia vita senza che per ora esista alcun suffisso che possa fermarla.
Anche il suo nome ha qualche assonanza: lava-sla.
Dicembre 2008
Prima sento i suoi passi felpati e il suo respiro affannoso, poi la spinta alla porta che si apre e il suo alito caldo vicino al mio collo. Allungo un braccio e poso la mano sul suo muso, lui spinge a cercare quella carezza che non posso fargli.
Buongiorno Hugo. Sei un po' vecchio per fare tutte queste scale, eh!
Ogni mattina questo rituale, poi si lascia andare steso sul tappeto e aspetta. Sa che fra poco troverò il coraggio di accettare un altro giorno, di togliermi dal viso questa maschera che mi collega ad un ventilatore e mi permette di dormire e fare finta che i miei muscoli respiratori non siano bruciati.
Appena la tolgo ricomincia la mia lotta con l’aria che sembra non volerne sapere di me. Ogni respiro rubato con le poche forze che ancora me lo permettono. La chiamano «ventilazione meccanica non invasiva» perché viene prima della tracheostomia, che appunto è invasiva.
Come tutti ho passato tutta la mia vita, e sessantaquattro anni sono una vita, a non accorgermi neppure di respirare, tanto è un fatto normale.
Uno parla, cammina, mangia, dorme e i suoi meravigliosi muscoletti sanno cosa devono fare. Io devo forzare perché l’aria possa entrare ed uscire, secondo dopo secondo per tutto il giorno e quando non ce la faccio piú mi metto sul viso la maschera che respira al mio posto e posso finalmente ritornare al normale. Credete a me, si spreca tanto tempo a cercare sensazioni straordinarie e non c’è nulla di piú straordinario e prezioso della normalità.
Peccato che ce ne accorgiamo solo quando qualcosa ce la toglie.
«Ti preparo la colazione?»
La voce di Stefania arriva dal corridoio, poi lei si affaccia sulla porta e il suo sguardo corre velocemente su me e intorno alla stanza.
«Tutto bene, hai dormito?»
La rassicuro con un sorriso e per dimostrarle che è vero inizio il rituale dei gesti che ho studiato per potermi alzare dal letto.
Per convivere con la sla occorre fantasia, cercare strategie per ogni azione, sperimentare sequenze alternative per lavarsi il viso, per tener in mano una forchetta.
Per molte azioni non ci sono più strategie che contano, l’alternativa é che qualcuno le faccia per te e il buffo é che sei fortunata che ci sia questo qualcuno, perché c’è anche chi non puó contare sull’aiuto di nessuno.
E siccome al peggio non c’è mai fine, devi essere contento che il tuo peggio non arrivi in fondo.
Io sono fortunata.
La notte è il momento migliore delle mie giornate, posso rilassarmi, non devo combattere con bottoni e cerniere, la macchina respira per me.
Sogno. Nei miei sogni sono normale, cammino, vado a scuola, preparo le mie lezioni, corro.
Sono sana, forte, torno a pochi mesi fa, alla mia vita.
Vorrei che il sogno diventasse realtà, e questa realtà solo un brutto incubo.
SOGNI
Mi è sempre piaciuto sognare ad occhi aperti e, nel tempo, qualche sogno si è anche avverato.
Il mio appartamento e poi il mio lavoro, ad esempio, altri invece no.
Però sognare mi regalava momenti in cui quello che desideravo poteva prendere forma davanti ai mie occhi chiusi e ci potevo vivere dentro con leggerezza.
Era abbastanza puerile, lo sapevo benissimo, però quei momenti tutti miei mi facevano star bene, e poi, perché no, potevo anche avere fortuna.
Quanti sogni ho fatto sul mio appartamento e quante difficoltà ho incrociato, però alla fine è venuto come io lo volevo.
Centro storico di Scarlino, piccolo paese di origine medioevale, ben conservato e restaurato.
Guardandolo da lontano, dalla strada provinciale con i suoi 300 metri di altezza, mi sono detta:
«Sembra un gattone disteso a guardare il mare, la coda nell'antico castello più in alto e il musetto sulla Collegiata in basso, a guardare il fianco ripido della collina».
Cercavo un appartamento da comprare e quel paese piccolo, raccolto in se stesso, dove la superficialità e l'improvvisazione non trovavano spazio nelle case antiche, ed io speravo nemmeno nelle persone, era quello che cercavo.
Quando visitai l'appartamento, che era stato il granaio di quel palazzo del 1500, a quell'epoca proprietà di un duca di Firenze, protetto dalle Belle Arti, mi sembrò di essere tornata a
"casa", quella dove ero nata e dove avevo passato la mia adolescenza.
Non vidi lo stato di abbandono e la mole enorme dei lavori da fare.
Vidi le pareti spesse, i pavimenti di mattoni rossi, gli stessi che mia mamma faceva lucidare a me e mia sorella Lia.
La cera era rossa e alla fine anche le nostre mani e le ginocchia, ma il pavimento era bellissimo «Brave - diceva mia mamma - Olio di gomito».
Vidi il soffito a punta come il tetto, i grossi travi di legno, vecchi e irregolari, con ancora qualche bel chiodo per appenderci i prosciutti e la salsiccia fatta in casa.
Vidi le finestre, piccole e basse dove il soffitto scendeva, che si affacciavano sulla stradina del paese e dominavano i tetti rossi di vecchie tegole.
Le finestre grandi, dalla loro altezza del terzo ed ultimo piano, si aprivano a picco sul lato scosceso della collina, sulla vallata verde con il profilo degli Appennini all'orizzonte, senza che nessun ostacolo spezzasse quel panorama bellissimo.
Che pace. Non ascoltai quello che il buon senso mi suggeriva:
«Ma sei pazza, c'è da spendere una fortuna per i lavori!».
Non l'ascoltai, avevo i soldi giusti per comprarla, e senza esitare dissi:
«Sì. Va bene.»
Era il lontano 1990, i lavori sono finiti a giugno 2008.
Nel frattempo contavo i soldini, discutevo con le imprese, con l'architetto, si abbattevano muri e si aprivano porte, visitavo negozi.
E sognavo come sarebbe stata una volta finita.
Ci ho passato il mese di agosto, tornata a Lussemburgo, nel mese di ottobre è cominciato il mio viaggio con la SLA.
18 anni per realizzare un sogno e un mese per viverci, ma non me ne sono mai pentita.
Ora abito con mia figlia.
A volte chiudo gli occhi e sogno di camminare sui mattoni rossi.
RICORDI
Sono nata a marzo nel 1945, nove mesi esatti dopo gli ultimi bombardamenti sul paese.
La mia famiglia, nonni e cugini compresi, era sfollata nel piccolo casotto degli attrezzi agricoli che si trovava in quello che chiamavamo "il giardino", un bell'appezzamento di terra lontano dal paese che mio padre coltivava da quando era piccolo.
Era il mese di luglio, c'era il pagliaio per farsi un giaciglio per dormire, c'era frutta, verdura, una capretta per il latte ed erano relativamente al sicuro.
Penso che, con il pudore che babbo e mamma hanno sempre avuto, non abbiano osato fare "quella cosa" con tutta la famiglia intorno.
Ma alla fine del bombardamento, così mi hanno raccontato, il resto della famiglia era tornata al paese, e loro una sera erano restati soli.
Io ho fatto i conti, come si dice "due più due fa quattro" e quando qualche volta mia mamma mi diceva sorridendo: «E pensare che sei nata per sbaglio», io, ultima di sei figli, ribattevo:
«Eh no, sarò anche nata per sbaglio, ma almeno da una bella... !»
Certe parole non era permesso pronunciarle, nemmeno da grandi.
Nel mio paese natale, finita la scuola media, non c'erano alternative, o l'Istituto Magistrale o niente.
A quell'epoca non c'era l'obbligo di frequenza neppure per la scuola media, figuriamoci per la scuola superiore, ma io, ultima di sei figli, la piccolina di casa , ebbi questo privilegio.
Ero molto brava a scuola, non facevo capricci, l'economia famigliare si era affrancata dal solo lavoro dei campi, tutti guardavano al futuro con più fiducia.
Mia mamma non era mai andata a scuola, aveva imparato a leggere e scrivere mentre le mie due sorelle più grandi frequentavano le elementari, mio padre aveva frequentato la scuola
giusto tre anni.
All'epoca della loro infanzia, mio padre è nato nel 1898 e mia madre nel 1907,i figli cominciavano fin da bambini a lavorare nei campi, di solito unica risorsa per vivere dignitosamente e l'istruzione nemmeno esisteva nel loro vocabolario se non per le figure importanti: il dottore, il notaio, l'avvocato, il direttore di banca, il maestro.
Queste erano le persone istruite che parlavano bene, sapevano tante cose e, in un mondo in cui i giovani davano del "voi" perfino ai genitori, solo loro meritavano il "lei".
Ho sempre visto mio padre indossare il vestito buono ogni volta che andava in banca o dal dottore, che poi era anche il vestito per andare tutte le domeniche a messa e ai funerali.
Nero, perchè si adattava a tutte le occasioni, camicia doverosamente bianca e le scarpe nuove, nuove anche dopo anni.
La cravatta, sempre la stessa, era di quelle già fatte, con l'elastico ed i gancetti da nascondere sotto il colletto inamidato.
Non l'ho mai visto fare il nodo ad una cravatta.
Mia mamma era una donna diversa. Nei limiti di quell'ambiente tradizionale, era intraprendente, intelligente, moderna.
Comprarono un bar, muri e licenza, compreso un grande appartamento al primo piano, la licenza era di quelle che permettevano di fare tutto, anche vendere scarpe e vestiti volendo.
Il bar divenne "Locanda Amiata", apparvero anche tavoli da pranzo, il retro divenne una grande cucina, l'appartamento permise una seconda sala da pranzo e 4 camere, due per noi e 2 per i clienti.
In estate invece, quando arrivavano i villeggianti, dormivamo tutti nella camera grande ed io, la più piccola , ricordo di aver dormito anche dentro un baule, quelli da "corredo", adattato per l'occasione.
Mia mamma era una cuoca straordinaria e ben presto divenne famosa nei paesi intorno.
«Si va a mangiare dalla Iole» e la domenica c'era un da fare incredibile, si cominciava con le colazioni, poi c'erano i pranzi, dopo le merende e poi le cene.
Durante l'inverno venivano soprattuti i rappresentanti di commercio, arrivavano in paese con la Rama e restavano qualche giorno.
Le automobili? E chi se le poteva permettere!
Prima che arrivasse la televisione, ogni sera il locale bar si riempiva degli uomini del paese, discutevano, giocavano a carte e bevevano.
Quanti quartini di vino ho visto passare, e non appena in grado di farlo, quanti ne ho serviti.
Forse è proprio perchè ho visto tanto vino e tanti ubriachi che il vino non mi è mai piaciuto.
La spina dorsale di casa era mia mamma, era lei che teneva le redini e gestiva tutto, ma quando c'era da comprare un paio di scarpe o un vestito ci diceva:
«Devi sentire prima babbo».
Ho scoperto la parola "papà" molto più tardi, ma l'ho sempre chiamato babbo ed ho sempre dato del "voi" a lui e a mamma.
I nipoti invece, figli di altri tempi, useranno tranquillamente il "tu".
Il mio babbo era proprio "il contadino".
Tutti i giorni, meno la domenica perché c'era la messa e più lavoro nel bar, si alzava che faceva ancora buio, prendeva un uovo fresco del nostro pollaio, ci faceva un buchino in alto ed uno in basso, lo beveva e subito dietro un bicchierino di Marsala.
Partiva per "il giardino" con l'asino, ricordo che uno si chiamava Marco, e fino alla sera tardi non lo vedevamo più.
Ma la verdura, la frutta, il vino, l'olio e poi i polli e i maiali diventavano piatti meravigliosi per noi e i clienti, mentre i soldini dell'attività cominciavanno a darci un certo benessere.
Mia mamma era sempre indaffarata, un po' severa come sono le persone che hanno avuto una vita dura, ma sapeva essere anche molto affettuosa e premurosa.
Per lei ero gracilina, avevo bisogno di sostanze, così ogni mattina prima di andare a scuola, rosso d'uovo sbattuto con lo zucchero, e se riuscivo a scappare mi rincorreva con il bicchiere nella piazzetta davanti casa.
Anni di "zabaione".
Ricordo ancora che la sera, quando tutto era a posto, si sedeva in un angolo del bar, sull'unica sedia rimasta libera, dietro alle file di sedie occupate dai clienti venuti a guardare la televisione.
Mi faceva sedere sulle sue gambe, mi circondava con le braccia ed io stavo bene, se ci penso mi sembra ancora di sentire il suo calore.
I soli gesti affettuosi del mio babbo erano per quando era ammalata, allora entrava in camera, mi chiedeva come stavo, restava dieci minuti, mi sistemava le coperte e poi andava via.
Per me era già tanto e aspettavo questi momenti.
Questa era la vita in quegli anni, ai figli si voleva bene e basta, non c'era bisogno di dirlo.
Quando finii le scuole elementari, alunna modello, unica dei fratelli e sorelle fui iscritta alla scuola media e alla fine del terzo anno, pagella modello, tutta la famiglia mi consegnò questo riscatto sociale: diventare la prima diplomata della famiglia.
E mi iscrissi all'Istituto Magistrale.
A parte che c'era solo quella scuola superiore, alla fine sarei diventata una "maestra", avrei avuto uno status da "lei" ed io, che amavo la scuola e prendevo bei voti anche studiando il giusto, ne fui felice.
Non fu una strada scelta da me, ma quando sono diventata maestra ed ho cominciato a stare con i bambini, ho cominciato ad amare quello che facevo, e mi è sempre rimasto stretto dire che quello era un lavoro.
Era molto di più.
Un giorno cominciò a circolare per il paese una parola nuova: "televisione".
Quanta curiostà!
«Dicono che si possono vedere le persone!»
«Mica è vero, sono balle.» «Ma che tonta sei, capirai, ora si vede una persona dentro una scatola!»
Quando finalmente i padroni del bar più bello del paese installarono un televisore tutto il paese accorse per vedere.
Io ci andai convinta che dentro quella scatola avrei potuto vedere la mia sorella maggiore che nel frattempo si era sposata e adesso abitava lontano.
Tornai a casa delusa.
Mia mamma, che aveva il senso degli affari, capì che non poteva restare indietro ed anche noi avemmo la televisione nel bar.
Cominciò un'epoca nuova.
La sera, prima che "Carosello" cominciasse, i ragazzetti venivano a "prendere il posto".
Piano piano le sedie formavano una fila, poi un'altra e fazzoletti o giacche legati alle sedie avvertivano quelli che arrivavano dopo: «Non ti provà a toccarmi, questo posto è già preso».
Quando tutte le sedie erano "riservate", i ritardatari se le portavano direttamente da casa.
Le mamme ordinavano gazzose, chinotti, i bambini caramelle e cingomme che io aiutavo a servire, fino a quando mamma si sedeva e mi prendeva sulle sue ginocchia.
LA MIA BABY-SENIOR-SITTER
Non mi piace la parola "badante" per definire chi si prende cura delle persone con difficoltà dovute all'età o alla malattia.
Quando si è scoperto che tante donne straniere erano disposte a questo lavoro, delicato e difficile ma facile a trovare, si è aggiunto al nostro parlare comune questa parola, badante.
Non mi interessa se si trova sul dizionario, voce del participio presente del verbo "badare".
A casa mia si badano gli animali, si dice badare le pecore.
Le persone non si badano, si guardano.
Trovo il termine un po' offensivo, sia per la "badante" che per la "badata".
Così non chiamerò mai "badante" Sidi, la bella ragazza che la buona sorte ha messo subito sul cammino della mia ricerca di un aiuto.
La prima impressione è quella che conta, si dice, e in questo caso è stato così.
Abbiamo suonato, una giovane donna è scesa ad aprire il cancello.
La prima cosa che ho visto sono i suoi occhi, grandi, azzurri, puliti. Capelli neri, carnagione chiara, bel fisico, una bella donna.
E poi la sua voce ed il modo di parlare, sicuro ma gentile, un italiano corretto ed elegante con una punta di accento straniero.
«Sì, è vero cerco lavoro, purtroppo sono stata licenziata al salumificio e sono a casa. Posso cominciare anche subito se vuole».
Niente trattative su orari, tariffe o altre condizioni.
«Non si preoccupi, ci troviamo d'accordo! Per prima cosa bisogna vedere come si trova lei con me, è questo l'importante».
E Sidi, diminutivo di Sidonia, è entrata nella mia vita, si è presa cura di me, dei miei movimenti incerti, è entrata nella mia intimità con una delicatezza meravigliosa, annullando le mie riserve e i miei pudori.
Da tempo temevo il momento di andare al bagno, non riuscivo più a fare i movimenti per la mia igiene intima, le mie docce erano di volta in volta più sommarie e tutto questo offendeva la mia dignità.
Sidi ha saputo ridarmela, e lo ha fatto con amore e rispetto.
Giorno dopo giorno ho scoperto una persona colta, laureata e con un passato di insegnante come me, sincera, generosa, ironica e divertente.
È il mio angelo custode! È la mia senior-sitter! Così la presento e non l'ho mai chiamata badante.
Sidi arriva verso le otto, sento il suo passo deciso mentre raggiunge il bagno per togliersi le scarpe e con le graziose ciabattine di spugna che Stefania le ha regalato, finalmente si muove in silenzio.
Questa è stato un piccolo problema, per ore intere la casa si rallegrava del suono dei suoi passi che però alle orecchie di Stefania risuonavano troppo decisi e rumorosi, soprattutto per chi come lei al risveglio non ama nemmeno parlare.
Una mattina, accanto al mio letto apparve un paio di ciabattine «È un regalo per te Sidi».
E lei con una bella risata e gli occhi maliziosi «È chiaro, ho capito tutto! Non c'è bisogno di dire altro!»
Quando si presenta qualche piccolo problema noi lo risolviamo così, con ironia e semplicità.
Si avvicina al mio letto e mi dà il buongiorno con un bacetto sulla fronte
«Buongiorno dormigliona, guardi che bel sole le ho portato!»
Senza nemmeno accorgersene io sono passata a darle del tu e lei ha continuato a darmi del lei, ma questo lei non ci allontana affatto, anzi mi piace, mi restituisce al di là delle mie fragilità di cui lei si fa carico l'immagine di me stessa come persona, non come malata e
rende i gesti che toccano la mia intimità naturali, senza essere umilianti.
Con lei sono passata senza traumi a trovare soluzioni per quei problemi che la malattia si diverte a regalare, per esempio il "pannolone".
Si può essere disinvolte e ironiche quanto volete, il primo pannolone è un trauma!
Sidi ne ha comprati due pacchi, per farmi scegliere il "modello" più adatto, ed abbiamo riso come matte chiamandoli "nuovo modello di cintura di castità, maschile però, nel senso che gli fa proprio passare la voglia!"
E poi i suoi massagggi alle mani, ai piedi, alla pancina come dice lei, che ogni giorno diventa più gonfia, mentre parliamo serenamente e ci conosciamo.
Senza esagerare, ho sempre avuto quel tanto di vanità che fa stare un po' davanti allo specchio prima di uscire, la crema favolosa che leva dieci anni, il rossetto che illumina il viso, il mascara che rende lo sguardo più interessante, non ci si crede ma fa bene.
Giorno dopo giorno è diventato prima difficile poi impossibile fare quei piccoli gesti, così semplici e banali da sembrare insignificanti quando è possibile farli.
Sidi mi ha ridato le mie vanità, mi ha ridato il piacere di una crema, di uno smalto o di un profumo, di essere curata come donna oltre che come malata.
«Come ti trovo, bene, hai il viso più disteso e rilassato di prima!»
«E certo, con tutte le cure di Sidi, le cremine, i massaggini, la mattina sembra di essere dall'estetista» commenta Stefania, contenta di questo segno di una normalità in una situazione che non ha più niente è normale.
Le piace raccontarmi della sua infanzia, semplice ma felice, in una Romania diversa da oggi.
Il mio babbo diceva sempre... Quando la mia mamma faceva...
È felicemente sposata con un italiano, ha una bella figlia di quindici anni, è laureata, parla benissimo italiano, accetta di lavorare come badante con l'orgoglio di chi vuole essere considerata non per cosa fa, ma come lo fa.
«Sidi, come farei senza di te?»
«Eh! farebbe uguale, ne troverebbe un'altra!»
Mi aiuta ad alzarmi, poi andiamo al bagno, da dove esco lavata e profumata come un neonato pronto per la colazione.
In questi ultimi giorni abbiamo cominciato ad usare il borotalco, per rendere la pelle più asciutta e liscia, dice lei.
Ha un profumo inconfondibile, intrecciato di dolcezza e amore. Simone, passando in camera per salutarmi l'ha riconosciuto subito.
«È un profumo che mi ricorda mia mamma, quanto mi manca!», mentre Sidi parla la guardo, lei chiude per un attimo gli occhi a trattenere un'immagine che solo lei vede.
Sidi, la mia senior-sitter, l'angelo custode che mi aiuta a spuntare gli artigli di questa infame malattia.
Grazie Sidi
LA LUNA DI APRILE
Lei è distesa sul letto, la testa posata su due cuscini, le braccia lungo i fianchi, gli occhi aperti a guardare oltre il buio.
Non c'è luce nella sua stanza, ma il chiarore della luna attraversa i vetri della grande finestra per disegnare i contorni dei mobili intorno al letto.
Il silenzio della camera è rotto solo da quel ritmico soffio della macchina che le permette di respirare attraverso un tubo che esce dalla sua gola.
La grande casa gialla è al buio, solo una luce soffusa e della musica rivela la presenza di qualcuno in una stanza vicina.
Una televisione è accesa.
Lei guarda, immobile, oltre i vetri, la grande Luna.
La Luna si muove lentamente, senza fretta, come sua abitudine, la sua luce accarezza il mondo sotto di lei, il mondo che vive e dorme, che soffre e sogna.
Le piace guardare tra i campi, i vecchi olivi dai riflessi argentati, il gioco di luci ed ombre fra i filari delle vigne.
È bella la notte.
Vede la grande casa gialla, la finestra della stanza buia, vede Lei distesa immobile sul letto.
«Perchè sei così triste?» le chiede.
«Perchè non posso muovermi, non posso fare più niente, non sono più niente» risponde Lei, la voce spezzata da un pianto represso.
«Come puoi dire questo? Il tuo corpo è immobile ma la tua intelligenza no, i tuoi affetti, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni sono ancora vivi!»
«Oh, certo, i sentimenti sono vivi, anche troppo, insopportabili! I sogni? Come puoi parlarmi di sogni!?» la voce si rompe su un tono di rabbia.
Luna resta un attimo in silenzio, poi con voce dolce:
«Ricordi quando non eri immobile, quante volte ti sei lasciata andare a sognare cose belle per i tuoi figli e per te? Non sapevi se si sarebbero realizzati, avevi solo la speranza, non la certezza, eppure non ti impedivi di farlo. Adesso non speri più che possano avverarsi?»
«Per me non c'è più niente da sperare, non ci sono più sogni, è tutto finito» le parole rompono appena il silenzio della camera.
«Non è vero, sono certa che non vuoi rinunciare alla speranza di guarire, di tornare a camminare, ad abbracciare. I sogni, le speranze sono la vita. Nessuno può sapere se il suo sogno potrà avverarsi, ma questo non lo rende inutile. Si spera nella pace nei paesi devastati dalla guerra, dalla fame, e anche se sembra così difficile quante persone continuano a crederci con forza! Perché non sperare in una cura che finalmente possa vincere la tua malattia? Non è impossibile sai, ci sono tanti medici che lavorano per questo, forse sono vicini al risultato più di quanto tu pensi.
Ti prego, non arrenderti, chiudi gli occhi e sogna».
Adesso la Luna è proprio davanti alla grande finestra, con il suo faccione buono, familiare, rassicurante.
Lei la guarda a lungo, poi chiude gli occhi.
MOMENTI COSÌ
Estate 2009
Non ricordo nemmeno perché ad un certo punto mi sono ritrovata a bisticciare con Ricca, mio figlio. Certamente la malattia, o meglio gli effetti che ha avuto su noi, ci rende tutti particolarmente suscettibili.
"Senza pelle", senza protezione, senza scudi, fragili e doloranti, impauriti.
È venuto a trovarmi per qualche giorno, una settimana di ferie, troppo poco tempo per poter riuscire a ricostruire una parvenza di normalità, troppo tempo per sopportare la realtà senza esplodere.
Così è successo, l'occasione un problema al mio computer, in realtà né io né lui avevamo bisogno di un motivo, l'angoscia che ci opprime doveva trovare una via di sfogo.
Ci siamo tenuti "il muso" fino all'ora di cena, che è stata animata solo dai tentativi di Stefania e Simone.
Senza parlare mi sono alzata e sono uscita sul porticato, le stampelle ormai indispensabili per camminare. Sul momento il calore della bella sera d'estate mi ha circondato come a consolarmi e mi sono lentamente incamminata sul sentiero di ghiaia bianca.
E improvvisamente tutto è diventato intollerabile, la malattia, il dolore, l'impotenza, la paura.
Ho cominciato a risalire il sentiero al buio e quasi senza rendermene conto un pensiero si è formato da solo, raggiungere la strada provinciale.
«Mi dici dove pensi di andare?»
La voce preoccupata di Stefania mi giunge da dietro, mentre un suo braccio si posa sulla mia spalla.
«Sulla strada»
«E poi?»
«Aspetto un camion»
«Brava, complimenti, proprio una bella idea!»
Non mi ero nemmeno accorta che stavo piangendo.
Qualche giorno dopo Lucio, un mio carissimo vecchio amico, è passato a salutarmi.
Difficile mentire a qualcuno che ti conosce bene, per tutto quel tempo di lavoro condiviso e per le tante discussioni fatte, inutile mostrare un coraggio senza falle, così gli ho raccontato il mio momento di disperazione.
«E che volevi fare?»
«Avrei aspettato che passasse un camion, ma bello grosso e...»
«Là (diminuitivo di Laura), magari quello si fermava e ti chiedeva "Quanto vuoi?"»
Si può ridere con lacrime di dolore ancora negli occhi?
TESTA DURA
Ottobre 2009
Questo è sicuro, ho la testa dura, e non solo perché, come mi dice spesso Stefania quando non siamo d'accordo, sono "una testona".
Avrei volentieri fatto a meno di averne la riprova, ma si vede che nel piano di azione di questa infame malattia, questo momento è previsto.
Rosita, la simpatica fisioterapista che ogni mattina viene a divertirsi con le mie braccia e le mie gambe, dopo aver ritrovato la forza di parlare, ha detto «Mi è scivolata dalle mani all'improvviso, non ho potuto far niente!»
Stefania che era in camera sua, al piano di sopra, ha detto di aver sentito un colpo che l'ha fatta rabbrividire e si è precipitata per le scale con il cuore in gola.
Sidi che era nel bagno a piano terra, vicino a noi, è accorsa gridando.
Ed io?
Ho vissuto tutto al rallentatore: ad un tratto non avevo più le gambe, ho sentito il colpo del mio sedere, per fortuna con abbastanza ciccetta, contro il pavimento, e la mia testa pesante andare all'indietro.
Ho aspettato il colpo, che è stato forte, ha rimbombato nella stanza e nelle mie orecchie, allora ho chiuso gli occhi ed ho pensato «Vai, è finita!»
Poi ho aspettato il dolore, che non è arrivato subito, ma quando è arrivato!
Non è stato facile raccogliermi da terra per mettermi in poltrona, il peso e la paura che avessi qualcosa di rotto e di farmi male non ha aiutato, ma in tre ce l'hanno fatta.
Poi è toccato a me rassicurarle, «Va tutto bene, non mi sono fatta niente, sì mi fa male la testa, c'è solo un bel bernoccolo, no non ho battuto la schiena, solo un pochino, no, al pronto soccorso no!»
«Il 118 va chiamato, poi vedranno loro cosa è meglio fare»
Non so chi delle tre ha preso la decisione, ma non mi sono opposta, il dolore dalla testa intanto era sceso alle spalle ed anche una gamba, rimasta piegata nella caduta, cominciava a farsi sentire. Inutile fare la forte, il dolore era lancinante.
Sono tornata dal Pronto Soccorso dell'ospedale quattro ore dopo, su una sedia a rotelle gentilmente messa a disposizione dalla Asl, un collare bianco al collo ma niente di rotto.
Per molti giorni non ho potuto posare la testa sul cuscino senza fare una smorfia, e prima di muovere una spalla dovevo prepararmi ad accogliere un dolore lancinante che mi toglieva il respiro. Un mese dopo avevo ancora tutta la nuca di un bel colore verde-giallo-livido.
Comunque due fatti erano stati accertati: ho veramente la testa dura e in casa era entrata a far parte dell'arredamento "une chaise roulante".
Detto in francese fa meno impressione, sembra quasi una cosa carina.
Le stampelle sono rimaste a prendere polvere in un angolo fino a quando qualcuno le ha fatte sparire, non so nemmeno dove.
Con loro è sparito anche un pezzo di autonomia, adesso mi sposto solo se qualcuno mi spinge. Mannaggia, almeno se avevo nelle mani ancora la forza per afferrare le ruote!
Un pensiero mi tormenta: quale sarà la prossima mossa di questa infame?
50% DI PROBABILITÀ
Primavera 2005
Non è difficile fare il conto, 50% di possibilità che quella microcalcificazione al seno sia un tumore maligno, 50% che anche quel problema all'utero lo sia; quindi, se sono fortunata ho un tumore solo, se invece sono sfigata ne ho due.
Stupendo!
Una normale mammografia di controllo, il solito pap-test annuale, insomma la solita routine, io sono una donna responsabile, osservo le regole della prevenzione.
Il ginecologo non si sbilancia molto, ma il messaggo è chiaro:
«Bisogna fare le biopsie, comunque per il seno è un tumore piccolo, facilmente operabile»
«Dunque?»
«È meglio farlo prima possibile, direi nell'arco di un mese».
Come è possibile che sia così calma? Dovrei piangere, gridare e invece non sento niente.
Voglio sapere tutto, come e quando e anche il dopo se sono maligni, affondare il coltello fino in fondo, fino a farmi esplodere.
Lui mi dà gentilmente tutte le spiegazioni, mi propone una data per le biopsie, verranno fatte nello stesso momento, con la stessa anestesia, poi ci vorrà circa un mese per i risultati, a quel punto vedremo cosa è giusto fare.
Povero ginecologo, chissà quante volte hai dovuto dare notizie come questa, magari hai tirato un respiro di sollievo nel vedere che non piango e non svengo.
Un saluto cortese, una stretta di mano e mi ritrovo fuori da questo grande ospedale, il Bon Secour a Metz.
E ora?
Mi incammino verso il parcheggio sotterraneo e ad un tratto realizzo tutta l'assurdità di quanto è accaduto, mi manca il respiro, non vedo più niente e poi il pianto, silenzioso, incurante dei passanti.
E ora? Cosa devo fare? E come faccio a dirlo a Stefania e Riccardo?
Per fortuna c'è una panchina, mi siedo e cerco di riprendere fiato.
Ho bisogno di parlare con qualcuno, devo far uscire dalla mia bocca questa parola, tumore, per non permetterle di restare ancora nella mia testa.
«Pronto?»
Claudia è sempre pronta, quando ho bisogno c'è sempre.
«Cosa c'è?»
Lei capisce subito quando c'è qualcosa che non va, basta una parola.
Claudia, la mia amica, "l'ame soeur", la persona di cui non potrei più fare a meno.
E la vita continua con i suoi ritmi, vado a scuola, mangio, mi vesto come sempre, discuto con i colleghi, vado a fare la spesa, non è successo nulla, forse ho solo un tumore, due sarebbe davvero sfortuna, sarebbe troppo!
Decido di non dire nulla ai ragazzi, tanto devo aspettare un mese prima dell'operazione, perché farli star male tutto questo tempo?
Poi con Stefania abbiamo già riservato una vacanza in Marocco, è talmente entusiasta di questo viaggio insieme, non voglio rovinare tutto.
Potrebbe essere l'ultima occasione per vivere dei momenti spensierati, almeno per lei, e per me la possibilità di godermi la sua presenza, di vederla allegra, felice.
Riccardo reagirebbe male, la paura lo porterebbe a drammatizzare, la sua mamma non può rischiare di morire, non potrebbe sopportarlo.
Così tengo tutto dentro di me, i soli a saperlo sono Claudia e i miei nipoti Anna e Paolo, con loro riesco a parlare della mia paura, delle possibili conseguenze, a liberare la mia angoscia e sperare che alla fine quei 50% di probabilità finiscano in una bolla di sapone.
Così partiamo per Marrakech, ci godiamo una vacanza bellissima, io cerco di non pensare al poi e, incredibile, ci riesco.
Pochi giorni prima del ricovero, ormai abbastanza capace di controllare la mia voce, ne parlo ai ragazzi.
Sono stata fortunata, ho solo un tumore al seno, solo il 50%.
Però sono qui a raccontarlo.
Credevo con questo di avere già pagato il mio ticket sulla salute!
LA COPERTINA DI MILLA
Non era assolutamente previsto, un cane in casa era più che sufficiente a soddisfare il nostro amore per gli animali. Hugo poi è un cane speciale (quale cane non lo è per il proprio padrone?), impensabile che potesse accettare di dividere le coccole e le attenzioni con un altro essere a quattro zampe. Già aveva fatto i suoi sforzi per accettare di dividere Stefania con Simone, ma qui devo ammettere che lui ha saputo conquistarlo bene.
L'altro problema sarebbe venuto proprio da Simone stesso allergico, a sentire lui, al pelo dei gatti.
Così non riusciamo ancora a capire come ha fatto quella pallina di pelo grigio a conquistare lo spazio che adesso occupa nella vita di Hugo e Simone.
Con me e Stefania non c'era nessun problema, è stato amore a prima vista.
Che avesse un caratterino coi fiocchi l'ha dimostrato subito, nel momento stesso che ha visto Stefania deve aver deciso che quella era l'occasione d'oro per dare una svolta alla sua vita di piccola randagia senza tetto.
«Abbiamo un problema!»
"Come se non ce ne fossero abbastanza!" é il mio commento silenzioso mentre mi giro verso di lei e guardo stupita quel musetto vivace che esce dalla sua borsa e gira gli occhi per tutta la mia camera.
Così Stefania mi racconta che mentre faceva una visita di controllo all'agriturismo di cui cura la gestione, improvvisamente ha visto qualcosa spiccare un salto e salire sulla poltrona da giardino vicino a lei. Poi è cominciato il miagolio e quel gattino piccolo piccolo, una pallina grigio chiaro, non l'ha più lasciata un secondo e alla fine l'ha seguita correndo fino alla macchina.
«Che dovevo fare, non potevo mica abbandonarlo lì!»
"Ma figurati - è ancora il mio commento silenzioso - te che lo lasci lì, quando mai!"
Lo so io quanti animali abbandonati o feriti è stata capace di portare a casa fin da bimbetta.
Intanto il micetto si è liberato, adesso è per terra e con atteggiamento guardingo sembra studiare il tappeto di lana marrone prima di osare passarci sopra.
Davanti al tappeto c'è un armadio con le porte a specchio, grande quanto una parete, e succede tutto velocemente: vede riflesso nelle specchio un "altro" gatto, si appiattisce sul tappeto in atteggiamento di attacco, le piccole orecchie appiattite, la coda con il pelo ritto e poi uno scatto veloce a colpire quel rivale.
Che botta! Resta un attimo stupito poi di corsa a nascondersi sotto il letto.
Ci sono voluti molti giorni, molte testate e molti passaggi di pulizia sullo specchio prima che smettesse di assalirsi.
E con Hugo? Difficile prevedere la reazione, le sue esperienze si limitano a incontri occasionali con gattoni che prima di scappare via mostravano denti artigli e soffi minacciosi.
Lui restava bloccato, poi provava ad abbaiare ma ha sempre scelto di lasciar stare, è sempre stato un cane buono, inoffensivo.
Ma un gattino piccolo in casa sua è un altro discorso!
Stefania con molta pazienza li ha fatti avvicinare, accarezzandoli tutti e due, lasciando che piano piano si abituassero l'uno all'altro. Hugo ha sopportato con signorile indifferenza gli attacchi che quella palla di pelo gli faceva passandogli accanto, gli occhioni buoni quasi stupiti da tanto coraggio.
Simone invece è passato in brevissimo tempo dal «In casa no! Però dorme fuori, i gatti portano malattie» ad accusare Stefania di essere insensibile quando, una settimana dopo, lei ha annunciato - furbizia femminile - che aveva trovato una persona pronta a prenderla.
«La manderesti via, ora che si è abituata qui, ma sei senza cuore!»
Vittoria! E Stefania gli ha concesso la scelta del nome.
Milla, perchè nel frattempo la palla di pelo grigio ha rivelato di essere una femminuccia.
Milla ha subito scelto come "sua" la copertina di lana bianca, morbida morbida, piena di ricciolini, che Stefania tiene in fondo al suo letto. Abbiamo osservato di nascosto le sue manovre prima di addormentarsi: prende con i denti un angolo, lo tira a sé fino ad averne abbastanza, poi comincia a premere le zampine in una specie di danza, gli occhi chiusi, le orecchie appiattite, tutta concentrata in questo rituale che dura diversi minuti.
Poi si sdraia, un lembo di copertina ancora in bocca, si addormenta e continua a ciucciare.
Forse la sua mamma era una gattina bianca?
Il giorno che Stefania ha riposto la copertina su un piano della cabina armadio, lei è riuscita a riprendersela tirandola fino a terra.
L'abbiamo trovata più tardi, tranquillamente addormentata con il suo angolino/ciucciotto in bocca e ormai quella è la copertina di Milla.
Che meraviglia sono gli animali!
Chi ha inventato il detto "come cani e gatti" dovrebbe vedere Milla che segue Hugo nelle sue passeggiate, che gli lava la coda distesa accanto a lui sul suo tappeto, Hugo che la guarda con gli occhioni dolci lasciandola fare. Poi si addormentano insieme.
Adesso non posso più accarezzarli, neppure dar loro pezzetti della mia colazione come facevo i primi tempi. Questo mi fa tristezza, perchè loro continuano a venirmi vicino e mi guardano come ad aspettare la mia mano.
Spesso Milla si sistema sulle mie gambe in modo da avere la mia mano vicina e comincia a leccarla, a volte si addormenta con un mio dito in bocca.
Hugo invece, povero vecchietto, mi guarda a lungo, gli occhioni dolci e umidi, allora ricordiamo insieme i bei tempi delle nostre passeggiate e dei nostri giochi.
Non ha senso dir loro che questa infame malattia lascia la possibilità di avere sentimenti ma non di fare tutte quelle cose con cui vorremmo esprimerli.
E meno male che per ora riesco ancora a sorrridere.
Con un sorriso si possono dire tante cose, ma fino a quando potrò farlo?
IL TEMPO DELLE CILIEGIE
giugno 2009
Che meraviglia!
Da un'eternità non vedevo alberi carichi di ciliegie, non quelle che via via in questi anni ho comprato al supermercato, ciliegie vere, mature, grosse, lucide, a ciocche.
Ciliegie da cogliere e mettere subito in bocca, una dopo l'altra, chidendo gli occhi per gustarle meglio, sputando lontano i noccioli come in un gioco.
"I ciliegi giù in fondo alla strada sono maturi, prendiamo un cesto".
Simone mi aiuta a salire sul suo fuoristrada, poi prende per la stradina sterrata, tutta buche, e sballonzolando di qua e di là dopo un poco ci fermiamo in un prato.
Mentre stiamo scendendo sentiamo il fiatone grosso di Hugo che ci ha raggiunto.
Questo cane è incredibile, ghiotto di frutta come è, è capace che ha capito cosa si vuol fare!
Io con le mie stampelle posso solo arrivare al primo ciliegio, poi mi siedo per terra.
Il terreno è molto in discesa, così mi è facile dalla posizione più alta tirare a me i rami e con un piacere dimenticato portare subito alla bocca quei frutti succosi, dolci, maturi al punto giusto.
Simone sta riempiendo il cesto, Hugo cerca per terra le ciliegie cadute e sputa i noccioli, proprio come me.
Sapori di altri tempi.
Quando ero piccola, 4 o 5 anni, e mia sorella Lia appena più grande di me, al tempo delle ciliegie il nostro babbo ci portava al Giardino, il terreno di famiglia.
Si partiva al mattino presto, con l'asino, perchè c'era molta strada da fare e a quel tempo i contadini doc avevano tutti il proprio mezzo di trasporto, appunto un asino.
Un corbello di qua e uno di là dal bastio, io dentro un corbello, mia sorella nell'altro e il nostro babbo seduto sul bastio, in mezzo a noi.
Mi meraviglio di come questi termini non usati da tanti anni affiorino così facilmente nella memoria.
Se raccontassi questo a Simone dovrei spiegargli che i corbelli erano enormi ceste che si legavano al bastio, cioè alla sella dell'asino. Lui giovane e figlio di un avvocato, se mai è salito su un asino l'ha fatto solo per gioco.
Io e mia sorella ci potevamo stare in piedi, come affacciate ad una finestra e quante risate!
L'asino Marco conosceva così bene la strada che quando c'era una salita sapeva già che il nostro babbo sarebbe sceso per non stancarlo, si fermava da solo vicino a delle grosse pietre, sempre le stesse e aspettava.
Arrivate al Giardino, piccole come eravamo non è che potevamo salire sulla scala, e da terra c'era poco da fare.
Ma c'era un ciliegio, nella mia memoria enorme, che faceva ricadere i suoi rami carichi sopra una grande roccia alla quale era appoggiato anche il poderino, un casottino per ripararsi e mettere gli attrezzi agricoli.
Poiché questa roccia era scavata, il mio babbo ci metteva a riposo il nostro asino, fino a sera.
Quante ciliegie abbiamo mangiato, sedute su quell'enorme sasso, giocando a chi tirava i noccioli più lontano, fino a non poterne più!
Guardo Simone che fischietta, il cesto quasi colmo, Hugo sdraiato sull'erba vicino a me e questa campagna rigogliosa, generosa di colori e profumi.
È un bel momento di pace, soprattutto con me stessa. Un passato ricco di sentimenti, un presente che mi regala ancora emozioni. Il futuro è comunque, sani o malati, sempre una ipotesi.
Oggi non voglio fare ipotesi.
Carpe diem.
|
|
Commento
scritto da Sara67 | 7 febbraio 2010
Cara Laura,
la data ed il numero che hai messo in fondo al tuo racconto mi ricordano due fatti della mia vita, uno bello e l'altro brutto.
Tre giorni dopo il 27 novembre 2008 è nata la mia nipotina Martina, secondogenita di mia sorella.
63 sono gli anni che avrebbe dovuto compiere mia madre l'anno in cui è morta mia madre, il 2000; tre mesi dopo la sua scomparsa è nata mia figlia Anna.
Sono assolutamente convinta che la causa prima della morte di mia madre è stata la diagnosi di papà (uguale alla tua ma, se si può, comunicata in maniera ancora più asettica ed incontrovertibile della tua) a fine anno 1996, quando lui aveva 57 anni ed era appena andato in pensione.
Il dolore è entrato a far parte della mia vita presto ed ho dovuto imparare a conviverci.
La cosa che ora mi fa più male è che la malattia su papà sta vincendo su tutti i fronti, anche sugli affetti, lui si è chiuso a riccio, arroccato nei suoi bisogni e non riesce più a comunicare con noi figlie.
Ti auguro veramente di rimanere come sei, con un grande cuore aperto agli altri. |
|
|
|
Commento
scritto da Laura Flamini | 8 febbraio 2010
Cara Sara,
come può essere strana la vita, cose belle e cose brutte si intrecciano e non ne comprendiamo il perché. Mi dispiace per tuo padre, lo capisco ma vorrei che non si chiudesse agli altri, per il suo bene e per il vostro. Se fossi vicina verrei volentieri a conoscere tuo padre e se posso fare qualcosa dimmelo. Ti abbraccio come faccio con mia figlia. Laura
|
|
|
|
Scrivi un commento
|
|
 |