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01/05/2010
Titti è scesa e ci ha augurato buon proseguimento

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CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. E’ una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare. Ecco.
Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, son certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.


Stasera, rileggendo Giorgio Caproni, mi accorgo che non ho modo di sapere cosa abbia voluto portare con sé Titti, nella sua valigia.
So invece quello che ha lasciato qui, a tutti noi che l’abbiamo conosciuta.
A tutti noi, quelli che hanno scelto di vivere in un’associazione che si chiama Viva la Vita, capita spesso di pensare alla morte. Con pudore e con dignità, pensiamo spesso senza mai parlarne al senso dell’esserci e del non esserci più.
Anche oggi, giorno del congedo di Titti, abbiamo pensato alla morte, ma non ne abbiamo parlato.
Qualcuno di noi ha asciugato lacrime senza farsi vedere. La partenza di quel treno è sempre un addio triste. Poi lo sguardo ha guardato all’orizzonte, verso il nuovo giorno.
Qui dove restiamo, continuiamo la nostra vita con forza e con determinazione. Noi sappiamo sperare in un mondo migliore, sappiamo combattere per costruirlo.
L’indignazione e l’ironia, l’amarezza e la letizia, raccolte in uno scrigno pieno della più intensa umanità, restano come donazione liberale di Titti all’associazione Viva la Vita.
Grazie a lei e alla sua eredità, siamo più forti che mai.
Mauro Pichezzi

Post scriptum di Giorgio Caproni:

LAPALISSADE IN FORMA DI STORNELLO

Rosa di maggio,
La morte non è un luogo.
Tantomeno un passaggio.

Vivremo, finché saremo vivi.
Siamo uccelli stativi.

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