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11 dicembre 2014

Recensione di "Buonanotte, madame" di Mauro Pichezzi

Buonanotte, madame di Alessio Biondino

Alessio Biondino, Buonanotte, madame, Zerounoundici Edizioni, 2014

Da qualche giorno è uscito Buonanotte, madame, opera prima di Alessio Biondino, pubblicata da Zerounoundici Edizioni.

Se si va in libreria lo si trova solo ordinandolo, poiché, come ormai tutti sanno, il mondo del libro è sovrabbondante ogni giorno di nuovi titoli e le librerie non possono mettere in vetrina tutto ciò che viene pubblicato. Fortunatamente però viviamo nel mondo che è anche quello dell'ampia e velocissima circolazione delle idee, e fra le molteplici possibilità l'uscita di un nuovo libro, anche se si tratta dell'opera prima di un giovane scrittore sconosciuto, può trovare, come in questo caso, un suo particolare canale di promozione e diffusione.

Alessio Biondino è nato a Roma nel 1978 e svolge la nobile professione sanitaria dell'infermiere con l'entusiasmo e la passione di chi ha scelto quella via per portare aiuto a chi soffre, sia in ospedale che a casa.

Ed è proprio la dimensione dell'assistenza domiciliare che diventa la sua prima vera grande sfida professionale. Cimentarsi con le difficoltà più ardue fin dall'inizio risponde all'esigenza che taluni individui provano di mettersi in gioco al rischio più alto: fallire o temprarsi.

Buonanotte, madame racconta questa sfida. Il libro si presenta come un diario di bordo, snodandosi lungo l'arco di 2654 ore di servizio, distribuite in diciassette mesi di assistenza a casa di una signora ammalata di SLA, la signora Maria Rosa, che vuole sentirsi chiamare soltanto Rosa.

La vicenda, realmente accaduta, si svolge a Roma e l'autore sceglie di incorniciare il suo racconto nel dedalo inestricabile delle sue strade trafficate e talvolta inspiegabilmente scorrevoli. Chi vive a Roma riconosce la sua città, la sua bellezza struggente e i suoi tormenti.

La storia, si diceva, è narrata in forma di diario di bordo ed ha come protagonista all'inizio l'autore stesso. Ma bastano poche pagine per incontrare il cuore sdoppiato della vicenda, Rosa e suo marito, a casa loro, nel dramma controverso di un tremendo ritorno a casa, quello di una persona che ha trascorso la sua vita nella normalità e che ad un tratto muta la sua condizione in quella di un disabile gravissimo, totalmente dipendente dagli altri e da una macchina che, respirando al posto suo, la tiene in vita. La quotidianità che aspetta Rosa e suo marito sarà diversa da quella che per più di trent'anni di matrimonio li ha visti dividere la vita in quella casa. Ed è proprio in quella nuova quotidianità che approda il viaggio di Alessio, col suo diario.

Buonanotte, madame è ben scritto, il giovane autore ha talento e sa raccontare la vicenda con uno stile che non si abbandona mai al pietismo, ha il ciglio asciutto nel guardare se stesso alle prese con il dramma personale di Rosa, non lascia spazio al giudizio morale sui suoi comportamenti o su quelli di Renato, il marito settantenne sulle spalle del quale è giunto inaspettato un peso ben più grave di quanto la forza residua della sua vecchiaia possa sopportare. Gli altri personaggi non scompaiono nell'ombra del retroscena, ma assurgono a tratti al ruolo di protagonisti: i figli della coppia, che vivono altrove, ma vengono a trovare la madre in un crescendo di partecipazione emotiva, sicuramente facilitata dal ruolo professionale che l'autore racconta di aver assunto fin da subito e che, senza falsa modestia, viene descritto come il cardine attorno al quale gira la condizione dell'intera famiglia; il cane di casa, anziano e grassottello; la gattina nera, anche lei molto anziana, presenza discreta e capace di un rapporto affettivo profondo con Rosa, basato tutto sul contatto diretto e sulla tattilità.

L'autore in questo sistema fitto di personaggi e di relazioni sa aprire al lettore un mondo per lo più sconosciuto. E il lettore, si sa, può essere chiunque. La speranza è che sia anche qualcuno che per ruolo o per professione debba stabilire ciò di cui ha bisogno un malato di SLA ad elevata complessità assistenziale in quella fase della sua malattia che lo vede assistito nella ventilazione, nella nutrizione, e completamente privo di autonomia. La speranza è che il lettore di questo libro sia un medico, un infermiere come il suo autore, un assessore alla sanità di una delle nostre regioni, un direttore di un ospedale a cui è affidato il compito di predisporre percorsi di cura adeguati alla condizione di Rosa. Ma questa è solo una speranza.

Alessio Biondino sostiene una tesi nel suo libro che chiunque può vedere dimostrata dalla vicenda che racconta e che chiunque può utilizzare per sé e per la propria esperienza di vita: se aiuto va portato a qualcuno bisogna prima di tutto sapere ciò di cui ha bisogno. Questo vale per chi svolge una professione straordinaria di aiuto e di assistenza, ma vale anche per ciascuno di noi nella nostra ordinaria dimensione personale.

Una domanda nel libro risuona spaventosa, senza alcuna risposta plausibile: "Per cinque notti a settimana la signora Rosa e il marito saranno sempre da soli?" e Alessio è terrorizzato da questa prospettiva: assiste la famiglia per dodici ore al giorno, ma quando alle venti della sera termina il suo turno di lavoro restano da soli. Terribilmente soli.

Quello di Rosa è un equilibrismo, una vita sospesa sul filo teso dell'abisso. Il funambolo che la sostiene è Alessio, ma quando non c'è l'ardua impresa tocca a Renato, il marito settantenne. A lui, da solo.

Tra le righe di questo diario, torno a dire ben scritto, si legge altro. Molto altro. Dettagli che possono essere colti da chi vive o ha vissuto quella vicenda per davvero. Non voglio elencarli qui ed ora, ma il libro, al di là della sua dimensione narrativa, riesce ad assumere nella sua complessità la dimensione della denuncia: altre storie l'umanità racconta ogni giorno e tutte insieme fanno luce sull'oscurità di una realtà che si aggroviglia in una rete senza schema, spesso annodata e stretta attorno alla gola di esseri umani vittime inconsapevoli e incolpevoli dell'incapacità di affrontare la condizione umana col dovuto rispetto. Molto mi ricorda la lotta degli unici veri guerrieri a cui riconosco questo nome, gli Ebola fighters che quest'anno Time ha nominato come Men of the year.

Per questo motivo invito i lettori a prendersi cura di questo libro, di leggerlo con una certa attenzione. Senza commozione.

Quella lasciatela a chi rilegge in quelle pagine la propria vicenda personale.

Gli altri ci aiutino a cambiare una storia sbagliata.

Rammento ora, e mi pare il momento adatto, il finale di uno dei più grandi romanzi del Novecento:

"Come un cane!" disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere.

 

Mauro Pichezzi

 

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